La ferrovia degli Iblei | Il treno dei desideri

La ferrovia degli iblei – Società Anonima Ferrovie Secondarie della Sicilia (SAFS)

Ferrovia Siracusa Nuova – Giarratana Bivio – Ragusa (SAFS) – La sede ferroviaria, ad eccezione dei tratti prossimi alle città di Siracusa e Ragusa, è visibile per lunghi tratti e, in particolare, nell’area della Riserva Naturale della Val d’Anapo, è già percorribile come sentiero sterrato. In questo tratto vi è un progetto di conversione in pista ciclabile. Generalmente abbandonate e spesso fatiscenti i fabbricati di servizio.

Riserva Naturale Orientata di Pantalica
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Antica Stazione Ferroviaria "Necropoli di Pantalica"
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Sullo sfondo i loculi tombali del XII sec. AC
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Casello ferroviario di Sortino
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Siracusa-Bivio Giarratana-Ragusa/Vizzini
Mappa ferrovie SAFS.png
Inizio Stazione di Siracusa Nuova
Fine Stazione di Ragusa SAFS
Stati attraversati Italia Italia
Lunghezza 124,35 km
Apertura 1915 Siracusa – Solarino
1917 Solarino – Sortino Fusco
1918 Sortino – Bivio Giarratana
1922 Bivio Giarratana –Ragusa
1923 Bivio Giarratana –Vizzini
1927 Siracusa – Porto
Chiusura 1956
Precedenti gestori SAFS
Scartamento 950 mm
Elettrificazione no
Diramazioni a Bivio Giarratana per Ragusa e Vizzini

Il treno dei desideri -La ferrovia degli Iblei

“Il treno dei desideri, dei miei pensieri all’incontrario va” cantava un tempo Celentano, senza sapere che anche a Ragusa, molte ferrovie fa, esisteva un treno simile anche se sarebbe stato più giusto definirlo “trenino” tanto era somigliante all’analogo giocattolo dal movimento elettrico che si poteva ammirare nel variopinto negozio di un commerciante ragusano, tale Sig. Francesco Battaglia Ciulla, meglio conosciuto con il nomignolo di ‘Ciccio Pecora’. Per curiosa corrispondenza, il treno dei desideri ibleo diventò per tutti il treno di “Ciccio Pecora” e con questo simpatico appellativo è stato preservato nella memoria di intere generazioni divenendo così una figura familiare e cara così come era accaduto ai nostri antenati tra la fine del XIX secolo e la prima metà del secolo scorso.
Si trattava di un piccolo convoglio che trainava due, al massimo tre, vagoni lungo la striscia di terra ricadente tra alcuni paesini dei Monti Iblei (Giarratana, Ragusa, Vizzini), con una proverbiale lentezza come caratteristica principale al punto che era normale, soprattutto nelle salite e nei tratti più ripidi, assistere alla discesa dei passeggeri dal mezzo per dare modo al conducente di affrontare agevolmente la pendenza, tra lo sguardo rassegnato e divertito delle persone a piedi che, pur camminando lentamente e dedicandosi ad altre attività (come raccogliere la verdura nei campi, ad esempio!), riuscivano a tenere il passo del veicolo, a raggiungerlo e a risalire tranquillamente nelle carrozze, senza il bisogno di fermare il locomotore.

La storia del treno di Ciccio Pecora incrocia quella della SAFS (Società Anonima per le Ferrovie Secondarie della Sicilia) costituita nel 1911 a Roma con lo scopo di gestire le fasi di costruzione della linea ferroviaria iblea (una delle due sole ferrovie in concessione alla Sicilia, l’altra era la ferrovia circumetnea) il cui primo tronco, da Siracusa a Solarino (a cui fu, in seguito, aggiunta la tratta di Giarratana), venne inaugurato nel 1915 con le prime locomotive a vapore mentre si dovette attendere il 1923 per vedere attivato al servizio pubblico l’ultimo tratto, quello fino a Vizzini.
Eccezion fatta per il momento di gloria decretato nel 1933 dalla visita del Re Vittorio Emanuele III che scelse la pittoresca locomotiva addobbata a festa per visitare la Necropoli di Pantalica, il servizio passeggeri non si rivelò particolarmente produttivo nel tempo a causa della lontananza delle stazioni dai centri abitati e il treno di Ciccio Pecora, come l’intera ferrovia locale, fu utilizzato soprattutto per il trasporto di merci (si pensi allo sfruttamento intensivo dell’asfalto ragusano negli anni ’30) e materiali anche singolari, come la “neve”. Sì, avete letto bene: la neve. Effettivamente strano per un territorio tradizionalmente votato ad altro, più temperato, clima. Eppure, per quanto poco conosciute e non opportunamente valorizzate, le “neviere” (depositi in cui veniva raccolta la neve per scopi di varia natura) rappresentano oggi un patrimonio culturale indelebile nonché uno dei capolavori dell’architettura minore siciliana. Abbandonate, spesso nascoste alla vista dal rialzamento del terreno, dalla consunzione della primitiva struttura o perché riadattate ad altro uso, questi particolari ipogei erano antri scavati nella pietra viva e immersi per più della metà all’interno del terreno da cui ne emergevano solo per la parte sommitale. Al loro interno, alternata a strati di paglia, veniva sistemata la neve raccolta sull’altopiano dell’Arcibessi (particolarmente copiosa negli anni ’30) e immediatamente compressa e trasportata sullo spiazzo antistante la neviera dove, prima di essere riposta, veniva resa compatta attraverso l’uso di mazze e bastoni per poi essere venduta, al momento opportuno, nelle piazze principali dei paesi, come risulta dai documenti storici dell’epoca che attestano, dunque, l’affermarsi di una fiorente attività commerciale legata alla raccolta della neve e di una vera e propria rete di neviere delle quali sono sopravvissute fino ai giorni nostri quelle a spiovente di Chiaramonte Gulfi, quelle denominate “S. Caterina” e “S. Bartolomeo” di Giarratana e altre sparse tra Monterosso Almo e Ragusa Ibla. Tali strutture erano, per lo più, di proprietà di nobili ed ecclesiastici (spesso appaltate ad impresari tenuti, però, al pagamento di una gabella) a cui la neve giungeva, appunto, caricata sui vagoni, tramite la ferrovia e il nostro beneamato, bradipo, trenino.

Poco altro di rilevante si sa riguardo le evoluzioni di questa attività economica collaterale che contribuì a produrre ricchezza nell’area degli Iblei (a questo proposito, merita di essere segnalato il libro di Giuseppe Cultrera “L’industria della neve-Neviere degli Iblei”) fino all’immediato dopoguerra quando, a causa della diminuzione del traffico merci, conseguente alla crisi scoppiata negli anni ’40,vennero chiusi i tratti ferroviari  da bivio Giarratana, a Ragusa, a Vizzini per una lunghezza totale di più di 27,42 km.
Fu il 30 giugno del 1956, infine, che, per disposizione del Ministro dei Trasporti Scalfaro, venne sancita la definitiva chiusura di alcuni inutili rami delle ferrovie ed effettuata l’ultima corsa di quel memorabile, oggi folcloristico, trenino.
“Sento fischiare sopra i tetti….è un aeroplano che se ne va.”